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Cenni storici

Per inquadrare la storia di Travedona Monate riteniamo utile pubblicare la Nota Storica, semplice, esauriente ed impostata su criteri scientifici, della Dott. Ada Annoni, pubblicata nel 1970 a cura del Comitato Monatese.

LE COMUNITA' DI TRAVEDONA E DI MONATE

Notizie di tempi passati

Gli avanzi di lontani insediamenti umani che, relativamente numerosi, affiorano nella zona di Travedona Monate, le scarne, frammentarie notizie che è possibile rintracciare in antichi testi o superstiti documenti conservati nelle Biblioteche e negli Archivi milanesi, testimoniano l’esistenza di comunità organizzate che in questi luoghi vissero sin da tempi remoti e attestano una loro vivace partecipazione alle civiltà coeve.

Nelle terre vicine al lago sono stati rinvenuti bronzi, cocci e selci dell’età neolitica. Nel lago sono stati rintracciati avanzi di sue stazioni palafitticole, ed è stata rinvenuta una piroga, scavata in un tronco d'albero (m3 x m 0,63), ora conservata al Museo Archeologico di Como. L’esplorazione del fondo lacustre, ripresa in questi anni con nuove tecniche e con sistematiche, appassionate ricerche, sta portando in luce altre numerose, importanti testimonianze.

Un balzo di secoli : le iscrizioni che ancora è possibile leggere o intuire in alcune lapidi di epoca romana rintracciate nel paese, parlano dell’esistenza di luoghi di culto e di una necropoli: in un edificio presso la Chiesa di Travedona, una lastra rettangolare, alta un metro e larga mezzo metro, reca incorniciata luna epigrafe sepolcrale: OPTATO / BLANDI F. / SATULLAE MATRI INGENUUS / POLLIO / BLANDUS / MARCELLINUS / FILII ( ad Optato, figlio di Bando, a alla madre Satulla, i figli Ingenuo Pollione e Blando Marcellino); nel muro di cinta di casa Binda a Monate, era inserito un altro frammento di lapide, proveniente probabilmente da un’ara votiva dedicata a Minerva: un altro frammento di lapide votiva è stato rintracciato in un pavimento della casa “al Castello” di Monate. Altri avanzi parlano di un’attiva comunità; in zona “Cascina Faraona” sono affiorati i resti di un’antica fornace di calce: tegoloni, pietre bruciate, tracce di calce in loco, e la grande fossa circolare per la cottura delle pietre, ora colmata e che è stata parzialmente distrutta per la costruzione della nuova strada che conduce alle attuali cave di pietra calcarea. Molti elementi che fanno pensare che la fornace risalisse essa pure all’epoca romana.

Antica casa: il CastelloIl Cristianesimo, che si diffuse in tutta la zona sin dai primi secoli dell’era volgare, ebbe qui, ben presto, un attivo centro di culto.
Ne conservano testimonianza anche le dedicazioni delle antiche Chiese: a San Vito a Travedona, a San Martino in Monate. Nella Chiesa di San Martino (il nome richiama dedicazione dell’età carolingia) la presenza di più antiche pietre scolpite e l’esistenza di due altari dedicati a San Babila e a San Materno, sembrano testimoniare, con la venerazione di Santi più antichi, l’esistenza di chiese o sacelli precedenti. Nulla rimane ora di questi edifici alto medioevali, ma dai secoli dell’età di mezzo sopravvivono numerose vecchie case dai larghi ed irregolari muri, costruiti in ciottoli e pietrame non lavorato, amalgamati a calce: sono ad esempio le case che si affacciano sulla piazza di Monate o sulle aie che fiancheggiano la salita al “Castello”.

Non sono emerse sinora tracce o notizie sicure che consentano d’individuare l’origine di questo antico e caratterizzante toponimo: “il Castello”. Nella località, quasi in vetta alla piccola collina che si alza tra il lago di Monate e la vallata digradante verso il Lago Maggiore, sorge una larga, solida, antica casa, di impianto lombardo a “U”; dal cortile a terrapieno, dal bel porticato in pietra, l’occhio spazia su tutto il lago di Monate. Nella casa ancora rimane un grande locale a terreno, esso pure lastricato in pietra e dominato da un monumentale camino.

Nella seconda metà del secolo XIV, a Monate, accanto alla Chiesa parorcchiale di San Martino, fu eretta una nuova Chiesa, dedicata a Santa Maria della Neve. Branchino Besozzi, vescovo di Bergamo, che ne era stato il promotore, il 13 gennaio 1396 vi istituì un Capitolo, composto da un Arciprete e da quattro Canonici, dotandolo dei beni necessari al loro sostentamento, beni numerosi ed importanti, edifici e terre, siti nella zona e a Milano. Il Capitolo, sorto sotto il giuspatronato del Vescovo Branchino, dopo la morte di questi continuò autonomo, eleggendo i propri membri per cooptazione: numerosi sacerdoti, fra quanti successivamente ne fecero parte, provenivano dalla famiglia del fondatore.

Chiesa di Santa Maria della NeveLa Chiesa di Santa Maria della Neve, monumentale e sobria, ad una navata a capanna, l’abside quadrangolare, volta ad oriente, le pareti esterne ritmate dalle lesene in beola che inquadrano le porte e le alte e strette finestre ad arco, unisce ad elementi strutturali romanici, un gotico slancio ascensionale.All’interno l’abside e le pareti furono affrescate: una teoria di Santi si susseguiva nella fascia inferiore; vivaci scene del Nuovo Testamento, di epoca posteriore, occupavano la fascia superiore.

Ora le une e le altre, già rovinate alla fine del secolo XVI, sono andate quasi interamente perdute. Interesante rimane un frammento di Crocefissione ed una Madonna col Bimbo sulla parete meridionale della Chiesa e, sulla parete nord dell’abside, l’antico patrono del paese, San Martino, che appare in vesti pontificali tra la Madonna in trono e San Bernardo di Chiaravalle.Una catena è ancora stretta nelle mani di San Bernardo, ma si perde nel vuoto: il diavolo incatenato ai piedi del Santo (= l’eresia combattuta e vinta) è stato cancellato.

La decorazione scultorea della Chiesa conserva numerose testimonianze della Colleggiata che in essa ebbe sede. Sulla facciata principale si apre la porta ad arco a tutto centro e sui capitelli di destra degli archivolti del portale, si snoda l’antica sottile fascia di sculture, corrose dal tempo: un tralcio di vite e colombe che beccano l’uva (= la Grazia e le anime che ad essa si dissetano e si santificano); alcune teste (sembra affacciarsi anche quella obliqua e maligna di un diavoletto); il guanto, il pastore e la mitria, non solo ad indicare la dignità del fondatore, ma anche a significare che il Capitolo era autonomo dalla giurisdizione vescovile territoriale. Chiavi, pastorale e mitria si ripetono sul frontale scolpito di una grande pietra, rinvenuta duranti recenti opere d restauro e murata nell’abside, verso la strada provinciale. Analoghe, ma di più sicuro e levigato disegno, le sculture delle due pile per l’acqua santa, scolpite in pietra d’Angera, l’una a forma di piccola conca semicircolare, l’altra rettangolare, nelle misure di un’antica urna cineraria. Anche sulle loro pareti, al motivo della croce greca iscritta nel cerchio, agli intrecci di foglie di vite e di stilizzati rami d’oilivo, si affianca la mitria vescovile.

Sulla facciata, sopra la porta l’oculo a strombo, il tetto a capanna era spezzato al centro dallo slancio della quinta del campanile che accoglieva le due campane. La dove esso si innestava nel muro, rimane un inspessimento della parete, al centro della facciata verso l’interno della Chiesa, ma il campanile è stato abbattuto perchè attorno ad esso, lungo le corde delle campane,scivolavano pericolose infiltrazioni d’acqua; nel 1777 fu sostituito da una breve cella campanaria, in un sobrio barocco a pianta triangolare, eretta sopra la sacrestia.

ArcoLe case dei canonici, edificate a “L” sul lato meridionale della chiesa, da loro abbandonate nella seconda metà del secolo XVI, andarono rapidamente in rovina e, trasformate in case coloniche, furono di continuo rimaneggiate. Ancora rimane - fino a quando? – uno slanciato arco in cotto, a sesto acuto ad incorniciare la porta carraia che si apriva in linea continua delle case e che dalla piazza di Monate immetteva e immette nella corte delle antiche case dei canonici; in prospettiva di fronte a questo passaggio, è la porta laterale della Chiesa. Ed è rimasto, negli edifici del lato orientale, un locale a piano terra, ora adibito a stalle, ove una colonna in granito, con capitello dorico, si erge al centro, raccogliendo le volte a vela che ad essa convergono. Nuova costruzione dei canonici o sopravvivenza di costruzioni che si ricollegavano al precedente nucleo di San Martino?

Il 12 giugno 1574, San Carlo Borromeo, passando per questi paesi in visita pastorale, decretò la fusione della Parrocchia di Monate con quella di Travedona e il trasferimento del Capitolo di Santa Maria della Neve a Milano, presso la Chiesa di San Tommaso in Terra Amara. Rimase al Capitolo l’obbligo di eleggere e mantenere a Monate un Cappellano che vi celebrasse ogni giorno una Messa, fornendogli abitazione, stipendio e arredi sacri. Ma l’impegno, pur con doloroso rammarico della popolazione, fu presto lasciato cadere in disuso.

Altre deliberazioni furono decise durante quella visita, altri mutamenti la seguirono. A Travedona la Chiesa di San Vito era ormai cadente: il Cardinal Borromeo diede ordine di abbatterla e di ricostruirla dalle fondamenta. A Monate fu abbattuta la Chiesa dedicata ai Santi Macario e Celso,e, sempre per disposizione del cardinale, il materiale di recupero da essa ricavato, fu usato per la ricostruenda Chiesa di san Vito e Modesto a Travedona. Nessuna notizia di altra fonte, nessuna più precisa indicazione in quella delibera o i successivi atti che al problema si riferiscono. Consente di individuare dove sorgesse questa Chiesa di San Macario e Celso a Monate.

Ancora esisteva in quest’epoca la vecchia Chiesa di san Martino, essa pure cadente. San Carlo ordinava: “Si faccia il muro dove è rovinato, acciò non possino passar le bestia.... Si facciano le cancelle alle porte et uscio della Chiesa....si levi l’altare”. Ma vent’anni più tardi, nel 1596, Federico Borromeo, percorrendo queste terre, in una nuova visita pastorale annotava: “ in ea nihil restat nisi parietas, et capilla emicicli ornam, tota discoperta, cum altare in medio diruto”. Ancora svettava “integra et alta” la sua torre campanaria, ma senza più voce ormai “sed in ea nullis adsunt campanae” sono le ultime notizie.

La popolazione di Travedona e di Monate non fu mai numerosa. A metà del secolo XVI ciascuna delle due comunità riuniva circa 130 abitanti; a metà del secolo XVIII essi erano aumentati a circa duecentotrenta. Essi vivevano di agricoltura, di pastorizia, -in prevalenza pecore-, di poca pesca. Sia Travedona che Monate, come gli altri paesi della Pieve di Brebbia, erano nel Medio Evo terre infeudate, e tali rimasero anche nell’era moderna, passando sotto il controllo di famiglie diverse, che si succedettero per diritto d’acquisto o per alterne vicende di successione. Tra il secolo XV e il XVIII, si avvicendarono i Sanseverino, i Visconti, i Vistarino, i Visconti Borromeo, i Visconti Borromeo Arese, i Litta Visconti Arese. Tuttavia già alla fine del secolo XV, i diritti feudali di queste terre appaiono limitati ai “dazi del minuto”, ai dazi cioè imposti su pane, vino e carne. MA anche tali diritti furono di continuo messi in discussione dal Fisco.

Le Comunità ebbero in realtà vita largamente autonoma, inserite nella Pieve di Brebbia da l cui Podestà dipendevano, con proprio Sindaco e Console, con una attenta amministrazione dei propri beni comuni.

Vivaci e continui si susseguirono i contrasti fra le Comunità e il Fisco dello Stato di Milano per la definizione delle quote di tassa imposte, per concessioni dei diritti di pesca sul Lago di Monate.

Il lago, senza immissari, alimentato da sorgenti che affiorano nella conca delle acque che si adagiano limpide entro una remota escavazione glaciale, defluisce in un piccolo emissario che, attraversa Travedona, scende verso il Lago Maggiore. A valle di Travedono, sin da epoche antiche, le acque di questa piccola “Roggia” mettevano in moto le grandi ruote dei “Mulini” che macinavano cereali, o schiacciavano semi e noci per ricavarne olio. Più colte vennero avanzate da privati proposte di nuove derivazioni d’acqua dal Lago. Nel 1596, ad esempio, giunse all’esame del Magistrato Straordinario dello Stato di Milano la richiesta del dottor Desiderio Merzagora, Capitano di Giustizia, il quale chiedeva di poster aprire un nuovo canale in zona Carezzate per irrigare alcuni “campi aridi” verso Barza. Si disponevano sopralluoghi, sovente si concedevano nuovi diritti tenendo conto che per il Fisco, “da detto lago non si cava frutto alcuno” e avendo accertato che “ per circa dieci mesi all’anno i Mulini hanno più acqua del bisogno”. Ma queste concessioni erano sempre vincolate da molte e rigide limitazioni che garantivano i diritti già consolidati e tenevano attento conto delle popolazioni rivierasche. Tali derivazioni per irrigazioni oggi più non esistono, e, forse, per le ricordate limitazioni imposte, non furono mai neppur eseguite.

Nelle relazioni ufficiali del Magistrato, negli esposti delle Comunità che cercavano sottrarsi alle pesanti tassazioni, il ridente lago sembrava perdere l’intensità del so azzurro profondo, i colori luminosi dei suoi mutevoli riflessi: “dette Comunità non sentono alcun benefizio di detto laghetto, per dir meglio si può dir laguna. Dicono li Regenti che si deve aver riguardo che il ditto laghetto è sterile e che in esso non si viene pescato se non per necessità di detti poveri pescatori per carestia del terreno e per poter compire alli carichi comuni, e che molto più spendono nel menar le reti che nel pesce pigliare….”

Ma le tavole censuarie davano in diverso quadro: piccole proprietà variamente coltivate, animali nelle stalle una modesta tranquilla agiatezza, di cui, sino a pochi cenni or sono, erano testimonianza di Travedono alcune case dalle garbate affrescature barocche e dai balconi di pietra su cui il ferro battuto fioriva nelle lievi fantasie settecentesche.

ADA ANNONI